La donna dello scrittore Recensione

Titolo originale: Transit

3

Transit: recensione del dramma di Christian Petzold con Paula Beer in concorso alla Berlinale 2018

- Google+
Transit: recensione del dramma di Christian Petzold con Paula Beer in concorso alla Berlinale 2018

L’identità sfumata, talvolta addirittura fantasmatica e radicata in un tempo non preciso è una delle dinamiche ricorrenti del cinema del regista tedesco Christian Petzold, che nei suoi ultimi due film ha viaggiato nel passato delle due realtà della sua Germania: l’est ne La scelta di Barbara, con una protagonista in procinto di passare a ovest nel 1980, e l’ovest post Seconda guerra mondiale ne Il segreto del suo volto, con la stessa interprete, l’ottima Nina Hoss, sopravvissuta, ma sfigurata, dai campi di concentramento. Due luoghi di passaggio, la Berlino di confine e una Germania smembrata che non si riconosce più e cerca di ricostruirsi. Nel suo nuovo film, Transit, prende spunto dal romanzo omonimo di Anna Seghers, scritto nel 1944, e si avventura nel Sud della Francia sovrapponendo letteralmente due epoche diverse, costruendo tutto il suo film proprio sull’idea di luogo di transito di una realtà come quella portuale di Marsiglia.

Le truppe tedesche si avvicinano velocemente a Parigi, mentre un rifugiato tedesco di nome Greg (Franz Rogowski) fugge verso il sud, verso Marsiglia, con in valigia un manoscritto e i documenti di viaggio di uno scrittore morto suicida - di cui prenderà l’identità -, compreso un decisivo lasciapassare dell’ambasciata messicana che potrebbe essere cruciale per lasciare il Paese in guerra. 

Una volta giunto nella città portuale si innamorerà di una donna misteriosa, Marie, interpretata dalla Paula Beer vista in Frantz di François Ozon. La particolarità del film è che il tutto è ambientato al giorno d’oggi, e porta il protagonista a condividere momenti di esilio con rifugiati ben più contemporanei e una serie di presenze più o meno fantasmatiche, di cui conosceremo spesso poco o niente. La premessa di Petzold, non certo sottoposta con finezza, ma con greve pesantezza, è che l’oggi non è così distante da settant’anni fa, con le anime in fuga dai nazisti di ieri come vicini ideali e atemporali dei rifugiati di oggi. Premessa discutibile e mai sviluppata più di tanto, con questo storia di anime in transito, in limbo in attesa sempre di qualcosa, che è ben chiaro fin dal titolo. Forse è meglio non muoversi del tutto, rimanere fermi, o magari desistere proprio dalla speranza di poter ricominciare, in qualsiasi luogo?

Non si capisce bene chi dovrebbe offrire una speranza a queste anime passive in pena, che girano per la città in tondo, con una voce fuori campo ingombrante che ne accompagna fin troppi passi. Transit è una storia in cui non si entra, da nessuna delle tante prospettive che il regista si diverte ad aggiungere, e gira a vuoto come i suoi protagonisti, esaurendo dopo pochi giri di lancette il suo allegorico e francamente banale assunto, senza riuscire a condurci più in là in un'analisi sull’identità molto meglio svolta dal tedesco in altri suoi precedenti film. Transit delude nella sua mera dimensione cerebrale: esercizio formale che non lascia spazio a immedesimazione o partecipazione emotiva nei confronti dei suoi protagonisti.

La donna dello scrittore
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD
1419


Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
Lascia un Commento