The Other Side of the Wind - L'altra faccia del vento Recensione

Titolo originale: The Other Side of the Wind

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The Other Side of the Wind: recensione del film postumo di Orson Wells presentato al Festival di Venezia 2018

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The Other Side of the Wind: recensione del film postumo di Orson Wells presentato al Festival di Venezia 2018

Potremmo star qui a discutere per ore su se e perché sia utile e necessario portare a compimento opere lasciate postume dai loro autori. Di come e quanto The Other Side of the Wind sia (si avvicini a essere) il film che avrebbe compiuto Orson Welles, o se invece, a dispetto della quantità enorme di materiali e note lasciate, alla fine quel geniaccio avrebbe sconbussolato tutto, andando in un’altra direzione.
Potremmo, ma sarebbe inutile, e poco importante. Quello che è importante è il film: un film che è capace di restituire il genio del suo autore, di sorprendere per la sua modernità, di travolgere con la quantità strabordante di temi, cose, pensieri, immagini che contiene.
Di The Other Side of the Wind si sapeva, soprattutto, che doveva essere la storia dell’ossessione omoerotica di un regista (un regista di quelli larger than life) per il suo attore protagonista. Ma, a vederlo oggi, il film lascia la vicenda quasi sullo sfondo, e la mescola a ragionamenti più ampi e complessi sul maschile e sul femminile (perfino sul patriarcato, dirà sicuramente qualcuno) e sul ruolo e il mestiere del regista, dell’artista, del creatore.

Perfettamente interpretato da John Huston - che vi mette dentro buona parte di sé, oltre a quanto c’era sul copione, e oltre a quanto lo stesso Welles vi aveva proiettato - J. J. Hannaford è un anziano regista avventuroso, bizzoso e rissoso, un Hemingway del set, che cerca di riconquistare Hollywood, fallendo; che cerca di finanziamenti che non trova; che si lascia convincere a festeggiare il suo settantesimo compleanno in una grande villa alla presenza di decine e decine di studenti, registi o aspiranti tali, colleghi e curiosi, lasciando che tutti riprendano tutto, e su tutto lui, in un rivelarsi finale, spavaldo e dolente, che diverrà davvero il suo ultimo film, e non quello ipnotico e psichedelico che proietta a pezzi per questo suo pubblico, e per noi spettatori.

The Other Side of the Wind è allora un film su un regista che non riesce a finire un film, e che viene guardato, ascoltato, filmato, e diventa lui stesso materia cinematografica pura e immanente, mentre noi guardiamo lui, loro, quel film incompiuto, improvvisato, senza trama.
Ecco allora, in questo turbinare di immagini, dialoghi, situazioni, bicchieri di whisky tracannati di continuo, nani, critiche arrembanti, anziani sceneggiatori, attrice nude e silenziose, tutto montato per oltre due ore come le parti più frenetiche di F for Fake, a emergere è proprio il superomismo di Hannaford, costantemente ribadito e alternativamente demolito dallo stesso regista, la totale identificazione - che era sicuramente di Welles, prima che di altri - del regista con la divinità.
Hannaford, in The Other Side of the Wind, plasma gli eventi e la realtà, li controlla, li gestisce, li dirige, fino ad arrivare al finale scelto da lui. Eppure è anche colui che fallisce, che non ottiene quello che vuole, che si ritrova beffato da un giovane attore che credeva di aver creato dal nulla, e che invece si è creato da solo.E il suo fallimento è il fallimento di un certo modo di essere uomini, maschi: perché, lo dice lui stesso, Dio è donna.

E però l’elemento più forte, e in qualche modo commovente, di questo gran calderone che è The Other Side of the Wind (un film che avrebbe bisogno ben più di una singola visione, peraltro festivaliera, per essere compreso, digerito e raccontato adeguatamente) è il rapporto tra Hannaford e Brooks Otterlake, che di questo uomo fatto Dio più dagli altri che da sé stesso è l’apostolo: il biografo, il confidente, l’amico, il collega regista. Ma anche l’avversario, il fan più disprezzato, il lato più oscuro e opaco.
È questo il rapporto più coinvolgente e complesso del film di Welles. Quello centrale, e che coinvolge ancora di più perché a interpretare Otterlake c’è Peter Bogdanovich, e quel rapporto lì era quello che lui aveva con Welles: niente di più,niente di meno.
Un rapporto vicendevolmente parassitario, di co-dipendenza, opportunista eppure drammaticamente sincero, e profondo, e onesto; lo dice chiaramente Houston-Hannaford-Welles in questa struggente opera di un formidabile genio: “i film e gli amici: sono questi, i veri misteri.”



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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