Fantastic Negrito - Please Don’t Be Dead, la nostra recensione

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Fantastic Negrito - Please Don’t Be Dead, la nostra recensione

Faccio il musicista da una vita, ed è ancora più tempo che ascolto musica, perciò si tratta un evento raro che, alla soglia degli ‘anta, rimanga colpito dal brano di un perfetto sconosciuto e che mi ritrovi ad ascoltarlo per settimane intere: bene, con Fantastic Negrito è capitato.

Ero in macchina e stavo ascoltando la radio, quando, cambiando canale, sento un pazzesco riff di chitarra, basso, organo, fiati e voce all’unisono, allora apro subito Shazam et voilà! The Duffler, dall’album appena uscito (in giugno) di Fantastic Negrito, Please Don’t Be Dead. Ma chi è questo Fantastic Negrito (e vorrei tributargli un plauso per il grandioso pseudonimo)? In effetti non è certo un nome tra i più noti, in particolare nel bel paese, ma si tratta di un artista tutt’altro che improvvisato.

La storia di Fantastic Negrito, al secolo Xavier Amin Dphrepaulezz, classe 1968, è decisamente singolare: ottavo di 15 figli in una famiglia estremamente religiosa, Xavier nasce in Massachusetts e si trasferisce in California a 12 anni dove presto comincia a spacciare droga e fare il baro fino a quando non si imbatte in Dirty Mind di Prince, album del 1980 che lo condiziona a tal punto da convincerlo a imparare la musica imbucandosi nelle classi dell’università di Berkeley in California pur non essendo iscritto.  Inizia così la sua carriera artistica che lo porta a incidere il suo primo album, The X Factor, nel 1996 sotto il nome di Xavier. Purtroppo nel 1999, un grave incidente di macchina lo lascia in coma per tre settimane e durante la – lunga – permanenza in ospedale, la Interscope Records, con cui era sotto contratto, lo abbandona. Ripresosi, Xavier riprende la sua vecchia vita di spacciatore e traffichino, finché nel 2014 decide di riprendere a fare musica e nel 2016 da alle stampe l’album The Last Days Of Oakland, con cui vince il Grammy for Best Contemporary Blues Album del 2017.

Xavier descrive la sua musica come “root music for everyone”, “musica delle origini (nere nda) per tutti), ma se questo poteva essere vero per The Last Days of Oakland, per il nuovo Please Don’t Be Dead, pare riduttivo.

Tralasciando la produzione e l’altissimo livello dei musicisti, Fantastic Negrito fonde il blues delle origini insieme al rock, al soul, al funky e qualche pizzico di hip hop, per un cocktail micidiale.

Plastic Hamburgers parte alla grande con un rock à la Lenny Kravitz che suona insieme ai Black Keys, per poi scivolare ammiccante sulla sensuale Bad Guy Necessity, in cui la voce di Xavier cambia completamente, trovandosi perfettamente a proprio agio con il rhythm ‘n blues dalle venature hip hop. Si torna vero il rock con la lenta A Letter To Fear e il suo ritornello mainstream per approdare all’orientaleggiante A Boy Named Andrew e l’assurda e bellissima Transgender Bicuits con le sue sperimentazioni sonore. Heavy blues per The Suit That Won’t Come Off, con uno Xavier cantante e chitarrista davvero ispirato per tornare alle origini delle work song con la splendida A Cold November Street. Arriviamo a The Duffler, uno dei pezzi più belli che mi sia capitato di sentire ultimamente, dove appare oltremodo evidente l’influenza di Prince, sia nel suo falsetto controllato, che nell’arrangiamento complessivo; pregevole l’intervento solista di Negrito alla chitarra.

L’influenza di Dark Windows, uno dei migliori episodi dell’album, è decisamente di beatlesiana memoria e spiazza l’ascoltatore con le sue atmosfere eteree per lasciarlo con Never Give Up, un piccolo divertissement gospel che serve a introdurre Bullshit Anthem, un folle pezzo a cavallo tra funky e gospel che si assesta tra le tracce più riuscite di Please Don’t Be Dead e che chiude in grande la release.

Artista eccezionale e grande disco.



Ampelio Bonaguro
  • Giornalista e docente di musica
  • Chitarrista e performer
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