Harry Styles: la recensione del concerto all'Alcatraz di Milano

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Harry Styles: la recensione del concerto all'Alcatraz di Milano

Venerdì sera all'Alcatraz di Milano, Harry Styles ha concluso il suo primo tour europeo da solista di fronte a centinaia di sue affezionatissime fan italiane - alcune delle quali talmente affezionate da aspettare il suo arrivo fuori dal locale fin dalla sera prima - e qualche nuova presenza di età più adulta. Non sorprende affatto che la maggior parte del pubblico che lo segue sia ancora ovviamente formata da directioners, che nonostante vogliano ancora vederlo tornare a cantare nei One Direction, sostengono la sua voglia d'indipendenza con una certa dose di sacralità, trattandolo quasi come fosse un Messia della musica, (a giudicare da reazioni come: "Non ci credo! Mi ha bagnata con la sua acqua!"). Eppure, ad assistere alla sua performance, c'è anche qualche curioso ascoltatore che fino ad un anno fa, probabilmente, mai si sarebbe sognato di partecipare al concerto dell'ex membro di una boyband, che da solita ha deciso di andare a ritroso e di ripresentare sonorità tipicamente anni '70 e '80 ad un pubblico cresciuto con la trap e il reggaeton, il pop di Taylor Swift e la rnb di Rihanna.

L'intenzione di Styles è forse proprio quella di far conoscere gli artisti che hanno fatto la storia della musica - dai Beatles ai Pink Floyd, da David Bowie ai Queen, da Prince a Beck e, perché no, anche Bryan Adams -ad orecchie vergini, e di avvicinarsi con cenni d'intesa a quelle che invece sono già state viziate da quelle note ormai divenute di culto. Una scelta furba, da una parte, perché sfrutta melodie e suoni già ben collaudati, ma anche molto audace, perché si discosta totalmente dagli artisti attuali cercando di riportare in auge, tra i più giovani, i suoi idoli, attraverso tante citazioni per noi piuttosto evidenti, ma per le directioners forse un po' meno. Il concerto è iniziato alle 20.30 in punto, malgrado l'evento ufficiale su Facebook dicesse 21.00. Tra le urla emozionate e fora-timpani delle fan, Harry Styles e la sua band sono saliti iniziando con due ballad, "Ever Since New York" e "Two Ghosts", proseguendo con "Carolina", "Sweet Creature" e "Only Angel" senza alcuna sbavatura né cambiamenti rispetto alle versioni in studio. Poi un coro di voci ha intonato "Sei bellissimo" (per lui inizialmente poco comprensibile, ma comunque molto rinvigorente), e la scaletta è proseguita con "Woman", per poi virare su tre cover, due dei One Direction,, ovvero "Stockholm Syndrome" e "What Makes You Beautiful", ed una di Ariana Grande, "Just a Little Bit of Your Heart". Ad un'ora dall'inizio, il concerto è arrivato alle battute finali con l'energia di "Kiwi", che le fan hanno nuovamente richiesto a gran voce per il bis, dove Styles ha inserito una cover molto rispettosa e e poco personale di "The Chain" dei Fleetwood Mac, insieme alle uniche due canzoni rimaste dal suo album: "From the Dining Table" ed il bellissimo singolo di debutto "Sign Of The Times", su cui ha chiesto a tutti di "stringere la mano del proprio vicino", un gesto accolto con foga dalle directioners, ma un po' meno efficace sui curiosi di cui sopra.

Raggiungendo una durata totale di un'ora e mezza, Styles ha salutato tutti con un arrivederci ad aprile per le prossime date, lasciando le fan soddisfatte ed i curiosi ancora intrigati e fiduciosi che questo sia solo l'inizio dell'ascesa di un artista ancora acerbo, sì, ma potenzialmente rilevante. Che si riveli il Robbie Williams di questa generazione? Lo scopriremo molto presto.



Federica Carlino
  • Giornalista pubblicista specializzata in comunicazione musicale e televisiva
  • Consulente musicale
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