Jacob Collier live @ Monk Club di Roma

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Jacob Collier live @ Monk Club di Roma

Un giorno, forse, si scoprirà che secondo qualche legge nascosta della Terra, ogni tot anni deve nascere un "enfant prodige", un bambino prodigio che rivoluzioni, nel suo piccolo, il mondo intero. O forse, addirittura, si scoprirà che la reincarnazione esiste davvero e che celebri figure del passato rinascono ciclicamente in nuove epoche per migliorarle con le proprie capacità e intuizioni. Nel mondo della musica, ad esempio, di enfants prodiges ne abbiamo visti e/o studiati diversi: come Wolfgang Amadeus Mozart, che a tre anni batteva i tasti del clavicembalo, a quattro già suonicchiava, a cinque anni componeva e a sei scriveva la sua prima sinfonia, oppure Michael Jackson, che a cinque anni già si esibiva cantando e ballando con i suoi fratelli, o ancora Stevie Wonder, che a soli quindici anni componeva un pezzo straordinario come "Fingertips". L'ultimo di questa lista, l'incarnazione di tutto ciò che si può definire istintivo, primordiale, autentico e puro, è Jacob Collier, che ieri sera è arrivato al Monk per l'ultima data del suo tour promozionale, durato la bellezza di due anni e mezzo. Ma prima di parlare del concerto, è bene fare una piccola presentazione di questo essere umano fuori dal comune, per tutte le persone che fino ad ora non hanno avuto il piacere di scoprire il suo impressionante talento. 

Cresciuto in una famiglia di soli musicisti, come da lui stesso rivelato in un'intervista, fin dalla più tenera età ha iniziato a comunicare cantando, venendo esposto quotidianamente a diversi generi musicali e alle differenti emozioni che ogni singola nota può suscitare ad un orecchio curioso e affamato di espressione ed espressività come il suo. "Mia madre dava lezioni di violino a casa", ha raccontato: "Io mi sedevo lì e ascoltavo i suoi studenti mentre suonavano, partecipando di tanto in tanto. Ho imparato molto da quelle lezioni su come comunicare idee musicali. A nove o dieci anni, mi è stato regalato per il compleanno Cubase, che è subito diventato questo folle nuovo universo da esplorare. Entravo nella mia stanza/studio la mattina, mi sedevo al computer e non uscivo da lì fino a sera. Invitavo alcuni amici a suonare insieme e dopo scuola creavo groove, beat o armonizzazioni, ascoltando al contempo quintali di musica. Non ho avuto tanti insegnanti, quella stanza è stata la più grande insegnante per me".

Sono state infatti le mura di casa a farlo davvero appassionare alla musica, passione che lo ha poi portato, da autodidatta, alla Purcell School For Young Musicians di Bushey, nell'Hertfordshire, e poi alla Royal Academy of Music, che ha frequentato per due anni. "Quando tra i 18 e i 19 anni andavo alla Royal Academy of School, ascoltavo ogni giorno un album diverso tra l'andata e il ritorno a casa", ha raccontato: "In pratica ne ho ascoltati 1.500 in due anni, dalla musica pop alla classica, fino alla musica indiana o africana. Ho assorbito tutto e questa è una cosa che penso mi abbia davvero fatto imparare". Da quelle piccole sessioni d'ascolto e sperimentazioni nella sua stanza, Collier ha iniziato in solitaria a creare video in cui si divertiva a rielaborare celebri canzoni o addirittura poesie, armonizzandole a più voci e suonando perfettamente qualsiasi strumento gli capitasse a tiro. Aveva 18 anni quando, nel 2011, pubblicò la sua prima cover, "I've Told Every Little Star" di Jerome Kern, seguita pochissimi giorni dopo da "Isn't She Lovely" di Stevie Wonder e due mesi dopo dalla sua prima performance interamente composta, suonata e prodotta sulle parole della poesia "The Road Not Taken" di Robert Frost.

Delle prove a dir poco straordinarie, che ben presto hanno attirato l'attenzione di tantissimi utenti di YouTube, fino a raggiungere, nel 2013, anche Quincy Jones. "Aveva fatto una cover del classico di Stevie Wonder "Don't You Worry 'Bout a Thing" su YouTube", ha raccontato a Billboard Adam Fell, il vice-presidente del Quincy Jones Global Network: "Sette o otto persone ci hanno mandato il link al video per email a me e a Quincy. Quincy ha letteralmente perso la testa, non credeva ai suoi occhi. Diceva: 'Porca Vacca! Questo ragazzo è di un altro mondo!'. Così abbiamo deciso di scrivergli subito per email attraverso il suo sito internet". Da allora sono trascorsi quattro anni, durante i quali, con l'aiuto di Jones e di Ben Bloomberg, un ingegnere e appassionato di musica, studente del MIT Media Lab, il celebre college di Boston per geni della tecnologia, Jacob Collier ha potuto mettere su disco tutti i suoni che ha creato nella sua stanza, per poi prendere quelle quattro mura e portarsele letteralmente in tour.

Il 1° luglio del 2016, Jacob Collier ha pubblicato il suo album di debutto, "In My Room", da lui interamente arrangiato, registrato e prodotto nei minimi dettagli, che include otto canzoni a sua firma e tre cover, tutte realizzate proprio in quella famosa stanza di cui sopra, nella sua casa di famiglia a Londra. Quell'album è diventato uno one-man show mai visto prima, in cui Collier, con l'aiuto di tecnologie create appositamente per lui, canta, suona e balla circondato da strumenti. Al centro dei suoi concerti, c'è un dispositivo musicale chiamato Harmoniser. Non è un vocoder, che trasforma la pronuncia e la forma spettrale della voce umana in note sintetizzate e controllate da una tastiera, creando un suono robotico. L'Harmoniser, come spiegato in modo approfondito su Melodrive, applica un Pitch-Shift (una variazione di frequenza della nota musicale, ridotta o aumentata di una certa quantità), sulle frequenze delle note suonate, facendo sì che il suono riprodotto rimanga quasi invariato (qui trovate un video sull'Harmoniser spiegato proprio da Collier).

Ben Bloomberg ha costruito con Collier un Harmoniser capace di riprodurre insieme dodici voci, invece delle canoniche quattro, che è poi stato collegato ad uno schermo. "Per ogni nota che suona", ha spiegato Bloomberg, "viene inviato un messaggio al sistema video, che crea una copia sagomata della sua testa sullo schermo, facendo sì che venga generato un video virtuale con 12 teste di Collier che cantano note diverse nello stesso momento". Collegata a questo sistema, ci si aspetterebbe una loop station, e invece Bloomberg e Collier hanno trovato il modo di evitare di premere tasti o pedali per interrompere loop in continuazione. "È un complicato set di sistemi, eventi ed esperienze sincronizzate e coreografate", ha spiegato ancora Bloomberg, "tutte interamente legate alla performance umana. Non c'è un metronomo. Non c'è qualcuno che preme play. Abbiamo usato dei sensori collegati a ciascuno strumento per estendere la performance e la sua espressività".

Ci sono quindi delle tracce pre-registrate alla base di tutto, che si avviano a seconda di cosa suona Collier. Perciò, i suoi concerti sono delle performance studiate nei minimi dettagli e organizzate tutte allo stesso modo, su cui Collier aggiunge qualche momento d'improvvisazione. Perciò, una registrazione di una sua performance live su YouTube corrisponde quasi del tutto al concerto dal vivo di ieri sera. Nell'articolo sopracitato, ad esempio, si fa riferimento al minuto 1:38 della performance live di Don't You Know, suonata anche ieri sera a Roma, in cui Collier passa dall'harmoniser al contrabbasso sul battere di una nuova misura e, suonando un glissando, avvia automaticamente una traccia pre-registrata. A parole, sembra un sistema complicatissimo e difficile da usare, invece Collier si muove sul palco con una leggiadria e una semplicità disarmanti, senza mai cadere nell'errore, sbagliare ritmica o perdere il filo della melodia. 

"Questo luogo è la mia stanza", ha detto al pubblico del Monk ieri sera: "questa stanza è per tutti quelli di voi che sentono di vivere in un mondo tutto loro. La tecnologia ci sta divorando e io credo sia importante non diventare passivi e sfruttare gli strumenti che ci vengono dati a disposizione, diventando creativi". Con quest'intenzione, Jacob Collier si sta creando un suo stile musicale, basato sì su fonti d'ispirazione facilmente identificabili (Herbie Hancock, Stevie Wonder, D'Angelo, solo per citarne alcuni), ma riprodotto in un'atmosfera assolutamente innovativa e straordinaria. Adesso, come ci ha detto ieri mentre abbracciava i suoi tre compagni di viaggio - l'italiano Claudio Somigli, lo spagnolo José Ortega ed il sopracitato Ben Bloomberg - tornerà a casa e si dedicherà alla composizione del suo secondo album, a cui poi seguirà nel 2019 un nuovo tour, che lo vedrà per la prima volta accompagnato da altri musicisti. Io, come tanti altri seguaci di Collier, aspetto il suo ritorno con grande impazienza e la sicurezza di trovarmi di fronte ad una figura chiave della storia della musica.

Spero solo che la prossima volta il luogo prescelto per il suo concerto non sia il Monk, dove, per chi non si trovava alle prime file, è stato impossibile vedere qualcosa, per non parlare del fatto che questa storia della registrazione all'associazione C'MON, che deve essere fatta entro 24 ore prima dell'inizio dello spettacolo per l'ottenimento della tessera ARCI, è davvero assurda e macchinosa. 

Per chi non c'era, comunque, ecco un assaggio di una "normale" performance di Jacob Collier. Rimediate nel 2019: è un consiglio spassionato. 

(Photo via Getty Images)



Federica Carlino
  • Giornalista pubblicista specializzata in comunicazione musicale e televisiva
  • Consulente musicale
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