Judas Priest - Firepower, la nostra recensione

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Judas Priest - Firepower, la nostra recensione

Piove sempre sul bagnato, e la distanza tra i mostri sacri e le “nuove” band, - anziché assottigliarsi - continua ad aumentare, e se qualcuno crede che i Judas Priest siano a corto di idee per il loro diciottesimo lavoro in studio (che dista ben 44 anni dal primo), beh, si sbaglia di grosso. Sembra incredibile, ma pur senza apportare novità al sound della band (davvero se ne avverte il bisogno?), Firepower è indiscutibilmente uno dei migliori della band dopo il capolavoro di Painkiller.

Si, perché Firepower è un discone: potente, senza fronzoli, suonato benissimo e con un suono perfetto, grazie alla fantastica produzione a cura di  Tom Allon (già produttore dei primi otto album dei Priest) e al suo co-producer Andy Sneap (Megadeth, Accept, Kreator, Testament, Opeth).

Andy Sneap, inoltre, sostituirà alla chitarra Glenn Tipton durante il tour della band che, a causa dell’aggravarsi del morbo di Parkinson (patologia degenerativa di cui soffre da parecchi anni), non riesce più ad esibirsi dal vivo pur avendo portato a termine la registrazione dell’album.

L’album si apre con la titletrack che colpisce come un maglio l’ascoltatore e apre le porte alle successive Lightning Strike (primo singolo estratto) e Evil Never Dies, due degli episodi più felici della release.

I toni si fanno più cupi con Never The Hero, in cui Halford si toglie in parte i panni dello screamer e fa sentire la sua - splendida- voce pulita in un brano riflessivo e dal ritornello davvero efficace (cosa che accomuna praticamente tutti tutte le tracce di Firepower). Si fatica davvero a trovare un pezzo che non sia azzeccato, e certo non succede con Necromancer, affilata come una lama e più vicina ai “classici” Priest o alla bellissima Children Of The Sun, che rimane in testa sin dal primo ascolto.   

Guardians è l’introduzione strumentale (fiacchina a dire la verità) a Rising From The Ruins, né brutta (nessun brano riempitivo per Firepower), né incisiva, che ci traghetta verso la più ficcante Flame Thrower, assai convincente con i suoi stop & go. Spectre è il secondo singolo estratto e si rivela più articolato degli altri brani grazie anche all’ottimo lavoro dei due chitarristi Glenn Tipton e Richard Faulkner (che sostituisce K.K. Downing nella band dal 2013). Traitors Gate non impressiona ma tiene sicuramente alto il tiro di Firepower e si lascia ascoltare con piacere fino alla seguente No Surrender, brano per cui valgono esattamente le stesse parole del precedente.

A chiudere la release ci pensa la doppietta Lone Wolf e Sea Of Red, per chi scrive sicuramente tra le migliori tracce dell’album: la prima, cadenzata e “gonfia”, con una delle migliori performance vocali di Halford  e la seconda – il brano più lungo del disco  -, intimista, malinconica e cantata con enorme maestria,  che si apre a  metà cambiando completamente atmosfera.

Insomma, le premesse di Firepower non erano certo le migliori, con Tipton e la sua malattia, l’assenza di Downing e i 67 anni suonati di Halford – considerando anche il poco riuscito Redeemer Of Souls -, ma il combo britannico è riuscito a sbalordire: 14 tracce di sano e granitico heavy metal, con un lavoro incredibile di tutti i musicisti e la voce di Halford che, arrochita e inspessita dall’età, pare essere diventata ancora più espressiva.

Da assumere giornalmente come un multivitaminico.



Ampelio Bonaguro
  • Giornalista e docente di musica
  • Chitarrista e performer
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