Lenny Kravitz - Raise Vibration, la nostra recensione

-
4
Lenny Kravitz - Raise  Vibration, la nostra recensione

Ed eccoci all’undicesimo album in studio del buon Lenny Kravitz, che a 54 anni non accenna a perdere un colpo. Sono passati 4 anni dal precedente (e gradevole) Strut, e questo nuovo Raise Vibration si dimostra – pur senza grosse innovazioni – abbastanza differente. Innanzitutto gli arrangiamenti sono decisamente più minimal (come la titletrack) e il sound si assesta su territori più funk e vintage rispetto alle ultime produzioni.

Già da qualche mese Low ha fatto la sua comparsa nelle radio, restando fermamente nella comfort zone del polistrumentista newyorkese, infatti, pur essendo di buona fattura, potrebbe provenire da un qualunque album dell’artista; già con il secondo singolo It’s Enough (sicuramente uno dei migliori bani della release) e la sua atmosfera da mid tempo funk anni ’70 Kravitz lascia trasparire l’atmosfera più intimista di Rise Vibration.

Con il terzo singolo 5 Days TIl Summer, si rischiarano i toni per una traccia più allegra e corale.

We Can Get It All Together apre l’album senza pigiare sull’acceleratore e si rivela un ottimo mid tempo rock, cui fa seguito la già citata Low e l’inaspettata Who Really Are The Monsters, in cui il cantante inserisce una serie di sperimentazioni che vanno dalla batteria elettronica alla voce filtrata passando per le percussioni etniche: interessante potpourri che si conclude con un’inaspettata e interessante coda sul finale.

La titletrack si prende tutto il tempo che le serve per sviluppare la sua lunga (forse troppo) introduzione per sfociare nel più classico hard rock anni ’70, seppur con una struttura a tratti insolita e una conclusione tribale.

Johnny Cash è una ballatona à la Kravitz senza infamia e senza lode che ci traghetta verso Here To Love, altro lento per voce e piano che nulla ha da aggiungere a quanto detto negli anni dall’artista. Dopo la parentesi “acchiappina”, si torna in pista con i già citati It’s Enough e 5 Days TIl Summer per approdare al funkettone tiratissimo della splendida The Majesty Of Love. Intro a cappella per Gold Dust, a cavallo tra un mid tempo e una ballata, che spiazza per le scelte ritmiche e non convince appieno.

Drivin’ rhythm acustica e ritorno agli amati seventies per Ride, ottima compagna per un viaggio in auto sulla Route 66 e ci lascia in compagnia di I’ll Always Be Inside Your Soul, brano più corto della release, dalle scelte armoniche e di arrangiamento sufficientemente originali da farci capire che Kravitz si diverte ancora a mischiare le carte in tavola. 

Pur senza gridare al miracolo, Raise Vibration è un buon disco che farà senz’altro la gioia dei (e delle) fan del polistrumentista americano.



Ampelio Bonaguro
  • Giornalista e docente di musica
  • Chitarrista e performer
Lascia un Commento
Schede di riferimento
Lascia un Commento