Marco Bartoccioni, ambasciatore italiano del Blues

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Marco Bartoccioni, ambasciatore italiano del Blues

In principio fu il Blues, e dalle sue costole nacquero gran parte dei generi musicali dal secondo novecento fino agli anni 2000. Non c’è dubbio: il Blues è un pozzo d’acqua senza fondo da cui tutti hanno pescato e il suonare ancora oggi questo stile non è anacronistico. Nient’affatto.

Ma siamo sinceri: riprendere qualcosa di ormai datato è sempre più difficile, perché si è sempre ad un passo dal cadere nel banale e nel “l’ho già sentito”.

Non è il caso di un giovane talentuoso di nome Marco Bartoccioni, classe 1978 che con la sua Jam Band ha dato prova giovedì sera al “Route 66” di Roma a colpi incessanti di cover e inediti - di aver appreso la tradizione dei grandi classici blues-rock (B.B. King, Eric Clapton, Beatles, ecc.) ma anche di saper creare qualcosa di fresco e originale.

La serata è stata divisa in due parti: la prima dedicata alla pedal steel, impropriamente conosciuta come “chitarra hawaiana”, mentre la seconda ad una “sozza” (nel suono s’intende) sei corde. Inutile dire che le 22 hanno fatto presto ad arrivare.

Lo spettacolo ha inizio con la versione Crossroads di Clapton, l’uomo che ha contribuito a portare sul grande palco le canzoni sulla sofferenza di Robert Johnson, B.B King e Howlin’ Wolf, solo per citarne alcuni. Sin dal primo brano si apprezza un gruppo solido, composto da Max Marraccini alla batteria, Daniele Dencs al basso e dal sax “cattivo” di Marco Brozzi, che sa valorizzare al meglio la chitarra solista e vera protagonista della serata. Lo spettacolo continua, sempre alla pedal steel, con l’originale Whisky, direttamente dal disco “Eyes” (2015) prodotto negli States firmato Marco Bartoccioni. Altra sorpresa: due rivisitazioni di Come together e Get Back dei Beatles. Cadenze, dinamiche e un sapiente uso della pedal steel alla Robert Randolph avrebbero perlomeno incuriosito persino i fab four.  

Tuttavia per noi poveri mortali tradizionalisti la parte migliore è stata quella in cui Marco ha imbracciato la sua Stratocaster. Lo stile di Bartoccioni è definito ed esaltato in particolar modo nelle cover di The Thrill is gone, Riding with the king e Superstition, e in esso si possono riconoscere le influenze di Steve Ray Vaughan, così come quelle funk. Un mash-up della Smokey Chicago con la mai sorpassata No Women no cry di Bob Marley e Don’t play a game with me coronano una serata da cui si possono solo che imparare valori come la complicità e il divertimento a cui ogni band dovrebbe puntare.

In una bella serata di musica non è mancato neanche il colpo di scena irriverente; nel momento di Little Wing, canzone che richiederebbe la massima concentrazione per essere interpretata al meglio, una pedante e fastidiosa musica “commerciale”, proveniente da una delle sale del locale, emerge e non mostra rispetto. Un conflitto insanabile tra la barbarie e il caos ordinato prodigiosamente dall’artista Marco Bartoccioni.



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