Roger Waters in concerto al Circo Massimo, la nostra recensione

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Roger Waters in concerto al Circo Massimo, la nostra recensione

Un concerto? Uno spettacolo multimediale? Entrambe le cose. Parliamo della data romana conclusiva del tour estivo di  “US+THEM” di Roger Waters, avvenuta a Roma sabato 14 luglio, nella splendida cornice del Circo Massimo dove si è celebrato un inno alla musica, principalmente a quella dei Pink Floyd.

Si, perché Waters, nonostante vanti una carriera solista di tutto rispetto, inevitabilmente, e giustamente aggiungo io, resta legato ai Pink Floyd.

Waters, classe 1943, non ha deluso minimamente le aspettative di un pubblico numeroso ed eterogeno sia in termini di presenza scenica, seppur discreta, non è più un giovanotto, sia in termini di spettacolarità della scenografia, proponendo un immenso schermo retrostante il palco, sul quale, per tutta la durata dell’esibizione, sono stati proiettate immagini ed animazioni a supporto della musica. Una sorta di storia, raccontata con immagini emozionanti.

Il concerto si apre con una immagine statica di una donna seduta su una spiaggia e con il rumore del mare, un immagine simbolica che termina, prima di “Breathe” con l’inquadratura di una bambola di pezza spiaggiata, chiaro riferimento, a mio avviso, alle tragedie dei migranti in mare.

Si, lo abbiamo detto, uno spettacolo multimediale che Waters ha configurato anche come mezzo per lanciare i suoi messaggi politici…. RESIST era una delle scritte che apparivano spesso. E quindi lo show inizia, “Breathe”, “One of These Days”, l’immensa “Time” e “Great Gig in The Sky”.

Pubblico già in estasi, vuoi anche per lo splendido set audio con effetto “surround” che ha regalato non poche emozioni aggiuntive a quanto descritto sopra. Ancora immagini e musica, si racconta e si parla di guerra, di sofferenza umana, di violenza di ecologia e di politica. Tutto questo è stato Waters. La musica continua con pezzi suoi da solista: “Is this the life you really want”, come “Déjà vu”, “The Last Refugee” e “Picture That”. E di nuovo Pink Floyd, con la struggente “Wish You Were Here” e la travolgente “Another Brick in The Wall” con la presenza sul palco di ragazzi romani, come poi ha precisato in seguito Waters, che hanno arricchito con una coreografia l’esecuzione del brano, vestiti come i detenuti di Guantanamo, con un cappuccio nero in testa.

Pausa! Si, pausa di 20 minuti, come tra due atti di uno spettacolo teatrale o di un film al cinema. Il tutto ricomincia con una spettacolare  apparizione scenografica della “Battersea Power Station”, con tanto di comignoli fisici (non proiettati) fumanti e del maiale volante, ovvero la famosa copertina del disco “Animals” del 1977. E qui brani da questo album “Dogs” e “Pigs” dove durante l’esecuzione, Waters ha alzato un cartello con la scritta “Trump is a Pig”. E immagini dei “maiali” che governano il mondo, a detta sua, da Erdogan, Putin, Berlusconi, Macron, Theresa May, si susseguivano proiettate sullo schermo….caustico non poco, non c’è che dire.

Siamo al gran finale. Un prisma di luce e una sfera lucente appaiono come per magia. La celebre copertina di Dark Side of The Moon….era li in versione tridimensionale, davvero stupefacente. “Dark Side”, “Brain Damage” e “Eclipse”. Fine? No. Non ancora. Un breve discorso di ringraziamento alla band, all’organizzazione, ai tecnici ed alla crew. Parole di ammirazione al pubblico romano ed alla cornice magica del Circo Massimo e poi di nuovo un po’ di politica, esortando a “RESISTere” e a rimanere umani. Quindi il finale grandioso, “Mother” e Comfortably Numb. Finale scoppiettante, in tutti i sensi, in quanto una salva festosa di fuochi di artificio ha chiuso definitivamente lo spettacolo, lasciando il pubblico con inchini e con un’immagine di una bambina sulla stessa spiaggia con cui aveva aperto il concerto…che ho interpretato come un’immagine di speranza, risposta nelle future generazioni. Un vero spettacolo, come, personalmente, non avevo mai assistito.

Due parole alla band, anche se meriterebbero un articolo a parte vista la loro estrema bravura e coerenza sonora. Due coriste, dalle doti canore notevoli e dalla presenza scenica elegante e composta, fondamentali ed eccellenti in “Mother”. Una menzione particolare al chitarrista Dave Kilminster che faceva le veci di Gilmuor. Compito non da prendere con troppa leggerezza, soprattutto in brani come “Comfortably Numb”. A mio avviso, e dopo essermi confrontato con chi ne sa più di me in merito di tecnica chitarristica, un clone perfetto di Gilmour, per intensità e anima nell’esecuzione e nell’ interpretazione, a riprova della enorme, immensa qualità di tutto lo spettacolo offerto.

Unica pecca? L’organizzazione. Assolutamente non all’altezza, a mio avviso. Personale non sempre cordiale, accessi caotici, controlli di sicurezza approssimativi, servizi igienici insufficienti e food & drink scandalosamente poveri e male organizzati. Mai vista una cosa del genere in tanti concerti a cui ho partecipato come spettatore e mi dispiace doverlo dire, ma la godibilità di un evento lo determina anche questo.



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