Slash - Living The Dream, la nostra recensione

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Slash - Living The Dream, la nostra recensione

Era molto atteso questo Living The Dream, dopo lo splendido World On Fire che ha ottenuto un buon successo di pubblico e dalla critica del settore; già, perché, nonostante il - brutto, per la verità, - Live At The Roxy 25.09.2014, album dal vivo uscito tre anni or sono, era dal 2014 che non avevamo brani nuovi con cui gingillarci. 

Tanto per chiarire subito le cose, diciamo che la formula è quella stracollaudata degli ultimi anni: il sorprendente Myles Kennedy alla voce e la sezioni ritmica affidata agli affidabili The Conspirators (Brent Fitz alla batteria, Todd Kerns al basso e ai cori, Frank Sidoris alla seconda chitarra).

Rock senza fronzoli e senza pretese composto con passione e suonato divinamente sono gli ingredienti a cui questa band - perché da tempo, ormai, di una band a tutti gli effetti si tratta – ci ha abituato, e poco importa se non sono presenti grandi innovazioni e qualche brano si porta appresso la sensazione di “già sentito”: chi ascolta Slash e soci continuerà a farlo, e chi non apprezza non comincerà certo con Living The Dream

The Call Of The Wild apre le danze e subito l’inconfondibile suono di chitarra di Slash ci accoglie con un pugno nello stomaco, per poi lasciare il timone a Kennedy con il bel chorus da stadio. Serve You Right ci accompagna con il suo hard boogie verso My Antitode, che suona un po’ troppo simile ad altri brani, ma che ci lascia in compagnia del singolo Mind Your Manners, heavy rock ‘n roll tiratissimo che si rivela uno dei migliori episodi della release. Una piccola innovazione la troviamo con Lost Inside The Girl, bel brano dal piglio più intimista che ben si sposa con il cantato di Kennedy. Colpi di wha wha per l’hendrixiana Read Between The Lines, che si lascia ascoltare assai gradevolmente mentre scivola verso la divertente Slow Grind e la successiva The One Who Loved Is Gone, lentone che farà contenti i rockettari dal cuore tenero grazie alla voce di Kennedy e ai begli assolo melodici di Soul Hudson (che poi sarebbe Slash).

Driving Rain – altro singolo apripista - rialza il tiro dell’album e lo assesta su territori più muscolari, grazie anche alla potente linea di basso di Kerns. Sugar Cane prosegue quanto detto finora con la sua efficace intro al testosterone e all’eccellente intervento solista di uno Slash particolarmente acido.

The Great Pretender, secondo e ultimo lento dell’album, soffre un po’ il tributo ai classici di Gary Moore (Parisienne Walkaways su tutti) e ci consegna alla conclusiva Boulevard Of Broken Hearts dove fanno capolino i Survivors di Eye Of The Tiger ma che non lascia il segno.

Buon disco, insomma, per Slash & Co, registrato nelle pause tra i progetti dei due leader (Slash con la reunion dei Guns ‘n Roses e Kennedy con gli Alter Bridge e la sua carriera solista) e che soffre un po’ la mancanza di brani di punta e –probabilmente – anche di qualche assolo memorabile.

Dedicato a tutti gli amanti della band che sicuramente non resteranno delusi.



Ampelio Bonaguro
  • Giornalista e docente di musica
  • Chitarrista e performer
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