The Darkness - Pinewood Smile, la nostra recensione

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The Darkness - Pinewood Smile, la nostra recensione

In forma smagliante il combo inglese dei The Darkness torna nei negozi (virtuali e non) con lo scintillante Pinewood Smile, in cui troviamo il sound a cui ci hanno abituato e anche qualcosa in più.
Prima release con Rufus Tiger Taylor (figlio di Roger Taylor dei Queen, per chi non lo sapesse), Pinewood Smile presenta tutti gli elementi che ci hanno portato ad amare (oppure odiare) la band di Lowestoft (Suffolk) : rock muscolare ma con una patina dolciastra, tutine in spandex, atteggiamento estremo e kitsch oltre ogni ragionevolezza uniti alla voce unica di Justin Hawkins.

Nonostante ciò, l’album si rivela meno immediato e più maturo dei precedenti con rimandi ad altre band (ad esempio le chitarre della bellissima Japanese Prisoner of Love, in pieno stile Thin Lizzy) e necessita di più di un ascolto per essere apprezzato a pieno. 

Egregiamente prodotto da Adrian Bushby (già con Foo Fighters e Muse), Pinewood Smile si apre con il singolo All The Pretty Girls che trasporta subito l’ascoltatore nel glitterato mondo dei fratelli Hawkins & Co con il suo solito, riuscitissimo sound à la Darkness.

Già con Buccaneers Of Hispaniola (che ricorda parecchio il sound dell’ultimo Last Of Our Kind del 2015), si evince la voglia della band di un sound più maturo e ricercato grazie ai frequenti cambi di tempo e alle melodie vocali sopra le righe.

Solid Gold, altro singolo, è la classica live track che farà felici tutti i presenti al concerto e che sembra scritta a quattro mani con Angus Young.

Il giovane Taylor si scatena e dimostra tutta la sua padronanza dello strumento con la tiratissima Southern Trains, uno dei migliori episodi della release che costringe l’ascoltatore a saltare letteralmente sulla sedia per poi essere spiazzato dagli intermezzi più morbidi e coraggiosi nelle scelte armoniche.

Si scivola morbidamente sulla pungente (nel testo) Why Don’t The Beautiful Cry che abbassa gradevolmente i toni di Pinewood Smile e ci accompagna alla già citata Japanese Prisoner Of Love, probabilmente il miglior pezzo del disco (si, possiamo parlare a tutti gli effetti di disco perché Pinewood Smile è uscito anche in vinile), che riesce a passare dal falsetto in acustico al violento riff senza perdere un grammo di coerenza.

Un po’ brano riempitivo, la delicata Lay Down With Me Barbara si lascia comunque ascoltare gradevolmente fino all’agrodolce – sia per le tematiche che per l’arrangiamento – I WIsh I Was In Heaven, che non convince appieno e ci lascia con la sensazione di avere ascoltato una canzone un po’ inconsistente.

Si rischiarano i toni e si riparte con la divertente Happiness che ci traghetta fino alla conclusiva Stampede of Love, ballata intimista con un solo in pieno stile Brian May e un finale alla Spinal Tap.

Fortunatamente, vista l’esiguo numero di tracce, nella versione deluxe di Pinewood Smile troviamo altri 4 brani, a partire dalla muscolare Uniball per passare poi alla divertente Rack Of Glam che ci riporta direttamente negli eighties e ci lascia in compagnia di Seagull (Losing My Virginity), ballata adolescenziale che, seppur non aggiungendo nulla alla release, non fa venir voglia di saltare la traccia e ci porta alla “vera” fine di Pinewood Smile con Rock In Space, caciarona e ironica quanto basta (con forti rimandi all’album Permission To Land) per concludere la release.

In conclusione, Pinewood Smile è un buon album in cui i nostri dimostrano di essere in costante ricerca di una maturazione e che può vantare quattro o cinque brani di alto livello.

Da ascoltare. 



Ampelio Bonaguro
  • Giornalista e docente di musica
  • Chitarrista e performer
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